I due Matisse
C’era una volta un bellissimo gatto bianco, uno di quelli col muso tutto schiacciato, un persiano, un bellissimo gatto bianco persiano. Il suo nome era Matisse, gli era stato dato dal suo padrone in onore e ricordo di un altro vecchio gatto, un soriano tigrato scomparso nelle verdi campagne alla ricerca di una gatta con cui vivere insieme ed avere una bella famiglia. Matisse era davvero identico al suo predecessore, mangiava in quantità industriale e ogni volta per farlo implorava ogni membro della sua famiglia umana come se stesse morendo di fame. Proprio come il suo antenato non biologico il nostro giovane gatto bianco si preparava ad affrontare un’incredibile avventura. Le riserve di cibo erano indispensabili per ciò che avrebbe affrontato, così cominciava fin da subito a farsene ingurgitando innumerevoli crocchette e pappe senza la minima difficoltà. Ogni giorno che passava si preparava mentalmente e fisicamente al suo destino.
Passarono molti mesi, tutti uguali tra loro, tutti a mangiare e far diventare pazzi i padroni che dovevano comprare e versare cibo a più non posso. Un bel giorno, il nostro ormai grasso gatto bianco persiano decise di affrontare il mondo vero e salì sul bordo del balcone della cucina. Dentro di sé pensava e ripensava al suo amore per la famiglia umana che lo aveva ospitato per un anno intero, anzi per sette anni, poiché la vita dei gatti va sempre moltiplicata. Pensava e nel frattempo gli scendevano delle minuscole lacrime impercettibili, avrebbe voluto portare con sé almeno il suo affezionatissimo padroncino Luca. Era convinto che avrebbe pianto molto la scomparsa misteriosa della sua piccola bestiolina. Nonostante tutto decise lo stesso di fuggire dalla casa, alla ricerca di una gatta bianca con cui avere dei gattini e vivere insieme. La vita che tutti i gatti sognano di avere. In un secondo Matisse si ritrovò zampe a terra, in un mondo a lui del tutto sconosciuto, un mondo pericoloso fatto di macchine, strade, persone cattive e altri animali poco socievoli e affamati. Il nostro eroe felino dimenticò presto di aver perso una delle sue sette vite, cominciando il suo cammino verso la famiglia e il suo più grande desiderio. Quello stesso desiderio che lo aveva portato alla fuga, facendo disperare i suoi padroni in casa.
Ormai aveva altro a cui pensare, poiché la vita lontano da casa e senza un amico o una famiglia è davvero difficile, e Matisse se ne stava accorgendo ben presto. Passò la notte al freddo e a digiuno, finché non riuscì a trovare un bidone della spazzatura abbandonato dietro un ristorante, dove trovò qualche avanzo di cibo consumato da altre bestie arrivate prima di lui. Mentre camminava libero verso la collina ripensava a quanto era stato stupido a scegliere una stagione così fredda per scappare, infatti era pieno inverno. Ogni tanto ripensava anche a cosa stesse facendo Luca in quei momenti, se forse aveva un altro gatto, e non si ricordava più di lui. Non era assolutamente così, Luca era ancora molto dispiaciuto per la perdita del suo gattino e non vedeva l’ora che tornasse a casa, continuando a sperare giorno dopo giorno, anche se sempre con minor convinzione.
Il nostro piccolo intanto aveva conosciuto altri gatti, ovviamente non della sua stessa razza, perché questi di solito affollavano le case ricche di crocchette e coccole, non le strade sporche e fredde delle città. Matisse andava in giro alla ricerca di cibo e altri gatti da assoldare nella banda felina di cui ora faceva parte. Un bel giorno trovò finalmente una bellissima gatta bianca, una vera e propria persiana, proprio come lui. Che fortuna, pensò subito il nostro gattone ormai magro come un chiodo. Purtroppo la gatta bianca era a passeggio con il suo padroncino e con un gran bel guinzaglio che le circondava con leggerezza il favoloso collo interamente bianco. La gatta passando a meno di un metro da Matisse lo degnò solo di mezzo sguardo, pensando nella sua testolina a quant’era brutto e povero quel micino identico a lei incrociato per strada. Matisse non poteva lasciarla andare via così, l’amore della sua vita, il suo unico desiderio, sempre quello stesso desiderio per cui aveva rinunciato alla bella vita, per cui aveva rinunciato a tutto. No, non era possibile perdere il paradiso in quel modo, senza aver nemmeno miagolato un po’ con lei. Sapeva di non essere al massimo della sua bellezza, ma per una gatta così questo ed altro, pensava. Intanto la gattina, così dolce e tenera a prima vista, aveva girato l’angolo e se ne stava tornando con passo deciso verso la sua poco umile dimora. Il nostro persiano prese a correre nel tentativo di raggiungerla, ma fu investito da una lunga macchina nera, molto simile a quella del suo vecchio padrone. L’autista della macchina scese subito a prestare soccorso al povero gattino bianco leggermente stralunato dall’accaduto, e lo caricò sull’auto. Matisse rinvenne in una piccola stanza semibuia, nella quale girava pensieroso un uomo molto alto con un camice verde azzurro e due grandi baffoni scuri, del tutto poco rassicurante. Sentì delle voci provenire da una porta in fondo alla stanza, capendo che si trovava in cura da un veterinario. Molto probabilmente in quello stesso luogo c’era già stato tempo prima, a fare un vaccino. Per sua fortuna capì dalle voci che non era nulla di grave, doveva solo riposare.
Qualche giorno dopo si ritrovò di nuovo in mezzo alla strada, non perché fosse di nuovo volato dal balcone volontariamente, ma perché era stato abbandonato presumibilmente dall’uomo alla guida del macchinone nero. Tanto meglio, pensò lui, posso riprendere la mia ricerca della gatta bianca. Cercando e cercando per tutta la città il nostro piccolo e ormai guarito eroe non riusciva più a ritrovare l’ombra della casa in cui era scomparsa la sua gatta. Un tardo pomeriggio, mentre stava tornando al centro operativo della sua banda felina, tutto deluso e sporco, incrociò di nuovo la gatta bianca. Rimase un attimo immobile senza ragionare, come quella volta che era stato investito dalla macchina, e quando si riprese l’aveva persa di nuovo. Correndo all’impazzata per tutte le vie buie e strette della città, riuscì finalmente a ritrovarla, era davvero bella e dolce, non poteva immaginarsela meglio di così. Questa volta vado a miagolarci e non la lascio più fuggire via, pensò orgoglioso Matisse. In effetti fece proprio così, ma non gli andò molto bene, anzi rimase del tutto ferito e infelice. Non volle proferirne parola con alcun gatto della banda, e non affrontò mai più l’argomento. La gatta bianca l’aveva respinto perché era un gattaccio randagio, e perché a casa l’aspettava un magnifico gatto persiano blu. Quanto li odiava lui i gatti blu, ne aveva visto uno grande e grosso quando era piccolo, forse era pure suo padre, ma non riusciva a sopportarlo lo stesso. Quel famoso gatto blu incontrato da piccolo era davvero suo padre, il vecchio Pluto, ma era stato proprio lui a non riconoscerlo per primo, annusandolo perché pensava fosse una gattina.
Nei giorni seguenti Matisse rimase un po’ di tempo con il capo della sua banda felina, a miagolare dei vecchi tempi. Anche io sono stato un tempo in una casa con una famiglia che mi voleva bene e mi dava tanto da mangiare, gli stava raccontando il boss, ormai non più molto giovane, della banda. Ma non ero in questa città, abitavo in un’altra città molto più grande e bella, con molte più opportunità di quante ce ne possano mai essere qui. Certo qui abbiamo la collina, il fiume, tanti alberi e spazi verdi, ma nell’altra città avevamo cibo a volontà e un sacco di altri gatti con cui fare amicizia e passare delle piacevoli giornate. Era molto più pulita e accogliente, senza tutte quelle persone antipatiche che ci cacciano via. Mentre gli raccontava tutto questo, il nostro Matisse ripensava a quanto poteva stare bene se non fosse mai scappato di casa, a bere e mangiare ed essere coccolato tutto il tempo dai suoi padroni, che non gli avevano mai fatto mancare niente. Dopo ore e ore di miagolii, un po’ di lacrime e molti rimorsi, i due decisero di andare a dormire. Gli altri gatti della banda erano già rientrati da molto tempo, avevano anche portato un po’ di cibo trovato qua e la. I gatti della banda erano come una grande famiglia, si aiutavano e si proteggevano a vicenda. Matisse non avrebbe potuto trovare di meglio dove vivere, anche se ripensava ancora a casa e troppo spesso alla gatta bianca.
Mentre stava camminando affianco al boss per una stradina del centro, incrociò lo sguardo di un uomo che stava camminando alquanto velocemente in direzione opposta, ma non era un uomo qualunque, era il suo vecchio padrone, non Luca bensì suo padre. Matisse lo riconobbe subito, mettendosi a miagolare e fare le fusa a perdifiato. Come un lampo gli balenò per la mente l’idea di tornare immediatamente alla sua vecchia vita, nella sua vecchia casa, con i suoi vecchi padroni, con una ciotola di crocchette sempre piena e un bel letto caldo; qualcosa però lo accecò profondamente, fulmineo tanto quanto il suo pensiero. Quell’uomo non lo aveva per niente riconosciuto ed aveva proseguito per la sua strada, non curante di quei gatti randagi appena incontrati lungo la via. Questa era sicuramente la cosa meno sopportabile di tutto ciò che aveva passato nella sua vita felina, aveva oltrepassato quel limite che ti conduce alla pazzia o al suicidio. Improvvisamente, appena un millisecondo dopo questa terribile scena, ecco che spunta fuori una stupenda e favolosa gattona bianca, miao miao miao. Matisse non poteva crederci, un attimo prima non aveva alcuna ragione per continuare quella assurda e miserabile vita, e un attimo dopo si sentiva il gatto persiano più fortunato del’intero mondo felino. Era talmente incredulo che dovette farsi ripetere miao miao almeno per altre tre o quattro volte. Da quel giorno Matisse e la misteriosa quanto affascinante gatta bianca vissero felici e contenti insieme, facendo tanti bei gattini, alcuni bianchi e alcuni blu. Ora il Matissone era davvero il gatto più felice del mondo, pur portandosi dietro sempre quel piccolo rimorso, la conseguenza del suo grande desiderio. Infatti ripensava troppo spesso a Luca e alla sua vecchia casa, sperava di poterci tornare con la sua gatta e i suoi gattini, e ben presto non riuscì più a dormire. Era troppo stressato per addormentarsi, nemmeno le fusa affettuose della gatta bianca riuscivano a farlo calmare e pensare ad altro. Ogni tanto si confidava col suo vecchio saggio capo tigrato, che lo tirava un po’ su di morale. Ma non poteva continuare a vivere così, non ce la faceva proprio.
In un giorno di pioggia, terribilmente buio, Matisse era in compagnia della sua gatta e del suo gattino più grande, quando una moto che sopraggiungeva a forte velocità li travolse in mezzo alla strada. Matisse si riprese subito e vide la moto allontanarsi senza alcuna pietà nelle vie buie e sanguinanti di quella città che cominciava ad odiare con tutto se stesso. Una volta voltato verso la sua famiglia, fu travolto di nuovo, ma non da una macchina o una moto, fu travolto da un senso di colpa e da una voglia di vendetta che non aveva precedenti. Un odio così profondo e maligno che non aveva potuto averlo mai provato fino a quel giorno, un sentimento del tutto nuovo e impensabile. La sua meravigliosa gatta bianca giaceva a terra sopra il suo piccolino blu, entrambi morti, in una grossa pozzanghera fangosa. Matisse giurò a se stesso vendetta, atroce vendetta all’assassino che aveva distrutto la sua famiglia. Nuovamente il nostro infelice e sconvolto eroe era stato vittima della sfortuna e del malvagio destino. Tutto bagnato e affranto riuscì a malapena a tornare dal suo vecchio capo, l’unico che in quel momento poteva capirlo, avendo passato prima di lui una molto simile situazione. Fu proprio in quell’istante che ricordarono di non essersi mai detti prima i loro nomi, insomma non si erano ancora presentati da tutto quel tempo che si conoscevano. Miao, miao, miao, il mio padroncino mi ha chiamato Matisse, tu invece come ti chiami? Il capo al sol pronunciare quel nome fu travolto da un camion lanciato a cento chilometri all’ora. Ricordava qualcosa, ricordava un padroncino anche lui, anche se era stato molto tempo fa. Più che altro lui era stato sempre con una padroncina, ma ogni tanto anche un bambino gli girava attorno. Si, ora aveva capito tutto, la sua famiglia adottiva che lo aveva ospitato e tanto amato s’era trasferita, aveva cambiato città. Aveva anche preso un gatto nuovo, dandogli il suo stesso nome, infatti anche lui era stato chiamato Matisse, molti anni prima. Era finito in quella nuova città perché era scappato quando erano in vacanza nella casa di campagna, e la città più vicina era proprio quella in cui si trovava adesso. Forse la sua vecchia famiglia s’era trasferita li per cercarlo, lo rivoleva con sé. Altrimenti poteva essere stato solo un colpo del destino, che a volte può essere così crudele quanto sorprendente.
I nostri due Matisse cominciarono allora la ricerca della loro legittima casa, la ricerca della loro famiglia umana, la stessa di entrambi. Purtroppo però non la trovarono mai, forse si erano trasferiti di nuovo, non ce n’era più alcuna traccia. Forse il nostro gattone bianco era così sconvolto da non riuscire più a ricordare da dove era scappato, o forse erano davvero andati via da quella città. Proviamo a trasferirci anche noi in quell’altra città di cui mi hai parlato tanto tempo fa, la tua vecchia città, azzardò il persiano bianco. Non avrebbe più senso ormai, sono molto vecchio e tu non più giovane come una volta. Il Matisse tigrato era sempre molto riflessivo e senza dubbio più saggio del Matisse persiano. Decisero quindi di mutuo accordo di tornare dalla loro banda felina e trascorrere le giornate come avevano fatto fino a quel momento, anche se la vita non sarebbe più rimasta come quella di una volta.
Inevitabilmente il tempo passò, e il Matisse tigrato si ammalò gravemente, tra la delusione e il dispiacere di tutta la banda, nessuno escluso. Il nuovo capo fu eletto all’unanimità, tutti volevano il gattone bianco persiano come unico erede del potere temporale del loro vecchio boss, così Matisse divenne il capo supremo della banda dei gatti randagi. L’elezione però non riusciva a distogliere il gattone bianco dai suoi pensieri, sempre rivolti al passato crudele e beffardo. Non ce la faceva più a sopportare tutto quello che gli era accaduto, i pensieri lo aggredivano con maggiore frequenza e intensità di sempre. Così all’età di soli cinque anni, trentacinque per la razza felina, il nostro morente eroe si ammalò, proprio come il suo predecessore, in tutti i sensi. Le due vite parallele dei due Matisse erano cominciate e stavano finendo proprio parallelamente, ma con un non indifferente punto d’incrocio. I due s’erano conosciuti e s’erano fatti forza a vicenda, i due Matisse, i due gatti allevati nella stessa famiglia, i due gatti così simili ma così profondamente diversi nell’aspetto.
Il Matissone, mentre ripensava a tutta la sua vita, si accorse di piangere delle impercettibili lacrime, gli sembrava tutto un sogno così drammatico e realistico. Che vita assurda che potrei vivere se mi lanciassi da questo insormontabile balcone. Era l’ultimo pensiero di un bellissimo gatto bianco, uno di quelli col muso tutto schiacciato, un persiano, un bellissimo gatto bianco persiano.